Jermann - Foto paesaggio

Jermann

Villanova di Farra d'Isonzo, FrioulItalia

La storia di Jermann inizia nel 1881, quando Anton Jermann lascia il Burgenland austriaco, attraversa la Slovenia e si stabilisce a Villanova di Farra d'Isonzo. Cercava terra da vitare, e la trovò dove il fiume Isonzo taglia in due la pianura: ghiaia rossa e argilla su una riva, ghiaia bianca su calcare sull'altra. Il mare Adriatico manda aria fresca, le montagne trattengono il freddo peggiore, e insieme regalano a questo angolo di Friuli un clima raro e costante per una maturazione lenta dell'uva. Decenni dopo la famiglia ha aggiunto un secondo sito a Dolegna del Collio, dove il suolo di marna e arenaria, chiamato qui ponca, dà ai vini una tensione del tutto diversa.

L'uomo che ha trasformato un'azienda di famiglia in un nome di cui si discute a tavola è Silvio Jermann. Laureato in enologia, ha lavorato in Canada quando suo padre non era pronto ad accettare le sue idee, e tornò con un progetto che nessuno in Friuli aveva mai provato. Invece di separare i vitigni, ha preso un vecchio vigneto piantato promiscuo e lo ha vinificato come un unico corpo. Osservava quello che faceva Mario Schiopetto poco distante, che stava ripulendo i bianchi friulani, e ha spinto quell'idea ancora più in là. Rese basse, vendemmia tardiva, fermentazione fredda, e più tardi un'altra regola infranta: chiude le sue bottiglie migliori con tappo a vite invece del sughero, convinto che così gli aromi restino intatti più a lungo. Venti dei 170 ettari dell'azienda sono oggi coltivati in biologico, e la cantina di Ruttars, nel Collio, rispetta veri criteri di sostenibilità.

Nel 2021 Antinori ha acquisito una quota di maggioranza, ma Silvio è rimasto, e continua a dare forma ai vini con la stessa curiosità che aveva a vent'anni. Questa continuità conta, perché i vini di Jermann hanno sempre puntato sulla pazienza più che sulla moda.

Il vino che ha fatto conoscere Jermann si chiama Vintage Tunina, prodotto per la prima volta nel 1975: un uvaggio di sauvignon blanc, chardonnay, malvasia istriana, ribolla gialla e picolit che sulla carta non dovrebbe funzionare e nel bicchiere funziona benissimo. Accanto c'è Dreams, uno chardonnay affinato in grandi botti di legno neutro per dare più corpo, e Capo Martino, costruito soprattutto con vitigni autoctoni provenienti da un'unica collina. La gamma si allarga da qui: pinot grigio, ribolla gialla e sauvignon in versione varietale per il consumo quotidiano, picolit dolce per un'occasione più rara, e rossi come il pinot nero e il tannico e strutturato pignolo, per chi pensa che il Friuli produca solo bianchi.

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